MAURO RUFFINATTO

Foto MauroHo iniziato ad appassionarmi all'arte della fotografia a 19 anni.
I miei primi scatti furono di macrofotografia perché fiori ed insetti erano ottimi soggetti da riprendere durante i miei primi esperimenti di tecniche e stili.
Nel 1999 ci fu una prima svolta. All’università alcune mie amiche, scoperta la mia passione, mi chiesero di fotografarle e così abbandonai definitivamente la macrofotografia e i ritratti divennero la passione che ancora oggi, sebbene sotto una diversa interpretazione, mi accompagna.
Ma la mia vera rivoluzione copernicana avvenne nel febbraio del 2006. Passando davanti ad una galleria d’arte rimasi scioccato. Vidi la poesia tradotta in immagine, scatti senza tempo, eleganti e perfettamente composti. Ero di fronte a delle fotografie di Augusto Cantamessa (il terzo nella foto a destra). Mi resi conto che fino ad allora avevo perso tempo, i miei scatti mi apparvero di colpo per quel che erano: immagini banali, povere e prive di significato.
La prima cosa che feci fu cercare un circolo fotografico e ne frequentai il corso di fotografia. In quell'anno ebbi la fortuna di trovare un gruppo di amici con cui crescere e migliorarmi giorno dopo giorno. Avevo incontrato Gli Sfocati.

Da allora sono cambiate tante cose, i ritratti delle ragazze non mi entusiasmano più, fotografare ha smesso di essere il mero procedimento meccanico "inquadro, scatto, stampo". Nelle mie foto cerco me stesso, cerco le mie emozioni più profonde, cerco un equilibrio sfuggente, cerco la perfezione di un mondo che vorrei ma che non c'é.

In fotografia ho avuto tre grandi padri e molti fratelli.

Maestri
Del mio primo padre ho accennato poco prima, Augusto mi ha insegnato la ricerca continua della bellezza. Mi dice sempre che bisogna fotografare i "monumenti"... e lo dice sorridendo, perché anche una busta della spesa stropicciata può diventare un monumento. Il fotografo è lo scultore, la luce è il marmo grezzo, la macchina fotografica lo scalpello... Augusto mi ha insegnato ad osservare la luce, con pazienza, rispetto e tenacia.
Il mio secondo padre è stato Beppe, Beppe Andriola (il quarto nella foto a destra). Nel 1998 ha riunito un gruppetto di amici e ha fondato il "Circolo Fotografico Gli Sfocati". Poi non si è iscritto, ma è sempre venuto a tutte le serate. Con Beppe ho avuto sempre un rapporto complicato, sempre difficile. Una battaglia continua, sotterranea. Mi ha insegnato che tutto è vero e tutto è falso. Mi ha aperto gli occhi sulla camera oscura, mi ha fatto capire che quando senti di essere arrivato, vuol dire che non sei mai partito.
Il mio terzo padre è stato un fotoreporter di guerra, anzi di guerriglia (il primo nella foto a destra). Un fotografo che negli anni '80 ha sentito che nel centro America la gente combatteva contro l'oppressione. Ha preso i suoi ideali, la macchina fotografica e un biglietto aereo di sola andata... Ha trascorso dieci lunghi anni nella giungla, ha perso molti amici, ha rischiato la morte, ha patito la fame e le malattie. Ma è riuscito a creare un archivio fotografico imponente, unico.
Ricordo ancora la prima volta che gli ho fatto vedere le mie foto, è scoppiato a ridere fragorosamente, mi ha dato una potente pacca sulla spalla e poi, serio, mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: "Perché perdi tempo con queste cazzate?"
Giò Palazzo, il mio terzo padre, mi ha insegnato che le foto vanno fatte con la passione e soprattutto "da dentro". Il fotografo e la scena devono fondersi, devono unirsi in un unico respiro, un unico cuore. Mai scattare per la sola voglia di premere un bottone, la fotografia è tutt'altro. La pressione del pulsante è l'aspetto più marginale.

Nella mia famiglia allargata della fotografia, ho avuto anche tanti fratelli e sicuramente il più importante è Silvano. In questi anni siamo cresciuti insieme, foto dopo foto, sempre in competizione e sempre aiutandoci. Senza di lui molti scatti non li avrei mai fatti.

Credo che la fotografia sia l'arte più bella perché l'autore, dando una propria interpretazione di ciò che tutti possono vedere, può sovrapporre la propria anima al proprio mondo per mezzo di una semplice immagine.
I miei soggetti preferiti sono i ritratti ed i paesaggi ma sempre fatti quasi per caso, scatti presi al volo, senza possibilità di replica. Nelle fotografie ricerco sempre le mie emozioni interiori. Se le mettessi tutte in fila, potrei leggerci lo scorrere della mia vita, delle mie sensazioni, dei miei umori. Scattare mi permette di fissare i miei sentimenti.
 
Nel novembre del 2012, a Frossasco, ho avuto la fortuna e l'onore di fare la mia prima mostra personale che ho dedicato ai miei tre grandi maestri e al fantastico gruppo degli Sfocati.

Battaglia delle Arance

Io-IvreaNel 2011 sono stato per la prima volta al carnevale di Ivrea e me ne sono subito appassionato. Molte persone hanno sentito parlare di questo carnevale, ma non lo hanno mai visto. Molti ne hanno un'idea negativa, quando ne parlo spesso mi sento dire "ah, sì quelli che si tirano le arance in faccia..." ma la Battaglia non è fatta solo di arance. C'è molto di più.
Per capirlo bisogna andare nella piazza, vivere gli Assalti in prima linea, respirare il boato della folla, sentire le arance che "fischiano". Queste fotografie le ho fatte per cercare di trasmettere, a chi la Battaglia non l'ha mai vista, le emozioni della piazza, lo spirito e il senso di una manifestazione unica, secolare e affascinante.
La Battaglia delle Arancie non è "tirarsi le arancie in faccia", è prima di tutto amicizia, lealtà e tanta voglia di sfidarsi. Quante volte si vedono i tifosi(?) che distruggono gli stadi e rovinano la gente... Quante volte si sentono cori violenti seguiti da azioni antisportive... Durante la battaglia ho sentito e visto gli Arancieri fare cori, urlare, sfidarsi, insultarsi ma poi sempre, SEMPRE, salutarsi, abbracciarsi, stringersi le mani. Si tirano le arance con tutta la forza e la rabbia che hanno in corpo, ma appena l'avversario finisce le "munizioni" corrono a dargli una cassetta piena di arancie, un bel sorriso un saluto e poi di nuovo urla e tiri.
Queste fotografie le dedico a tutti gli Arancieri che con pacifica tolleranza hanno sopportato la mia invadente presenza in mezzo a loro. In particolare le dedico a Pietro, degli "Arancieri del Re", che non ho mai conosciuto, ma a cui, forse, queste foto avrebbero potuto piacere. Ciao Pietro.

Percorsi quotidiani

Nella vita ti tutti i giorni, chiunque, fa dei percorsi ricorrenti a cui è così assuefatto da non farci più nemmeno caso.
L'idea di questo portfolio è osservare questi "percorsi quotidiani" per cercare quei dettagli o istanti che esulano dall'ordinario. In particolare, il mio lavoro, è caratterizzato da un frastuono mentale continuo, fatto di rumori, domande di operai clienti e parenti, problemi da risolvere subito, in pochissimo tempo, telefono che squilla, camion che arrivano partono scaricano, mail che attendono una risposta, curiosi che chiedono, vandali che spaccano, individui che scrutano e poi caldo, freddo, pioggia, vento, neve. Il lavoro che faccio mi piace ma può essere tutto tranne che calma, serenità, silenzio.
Quando ho iniziato a realizzare questa serie di fotografie ho deciso che non avrebbe dovuto esserci nessun rumore, nessuna fretta, nessun telefono che urla, ma solo il calmo trascorrere di un tempo inesistente in un luogo che ha perso ogni aderenza con la realtà. Un viaggio di meditazione in una giornata ideale che parte nella nebbia di un mattino di ottobre e, dopo quattro lunghe stagioni, termina dentro un tramonto infuocato che illumina la strada che mi riporta a casa.
Queste immagini raccontano il mio mondo che non esiste, ma nel quale mi rifugio per non impazzire.

Tutte le immagini sono state realizzate con un telefono.

Il Lago Piccolo di Avigliana, 200 metri in 4 stagioni

Quando i fotografi tornano dai viaggi all’estero, rimaniamo stupiti di fronte alle loro fotografie. Vediamo le donne che comprano le spezie al mercato in India e ci lasciamo rapire dai colori e dai volti.

Ma se gli stessi fotografi andassero al mercato del nostro paese a fotografare le signore che comprano l’insalata, non penso che riscuoterebbero lo stesso successo.

Sono convinto che le fotografie vadano fatte nei luoghi in cui viviamo, perché sono bellissimi, e siamo noi ad essere solo troppo abituati a vederli. Quasi tutte le fotografie che ho scattato nella mia vita, le ho fatte a pochi chilometri da casa, nella nostra regione, nella nostra bella Italia. Questo portfolio è la massima incarnazione di questo pensiero, perché a voler essere onesti, questo lago non è annoverabile tra i più belli d'Italia... Benché sia incastonato in un bel paesaggio, purtroppo è vittima di un certo degrado. L'idea di questa raccolta di fotografie è ritrarre il lago nei momenti più ideali, quando combinazioni di condizioni climatiche e luce lo rendono un posto magico e suggestivo.

Queste foto raccontano più di tutte il mio modo di vedere il mondo.

Tutte le immagini sono state scattate dalla sponda prospicente il bar "La Zanzara" fino a 200 metri più avanti ed in tutte le stagioni. Obbligarmi a scattare sempre e solo in un tratto di sponda così ristretto è stata una sfida, ma mi ha aiutato a far più attenzione a ciò che mi si presentava.

Il Parco Nazionale della Foresta Bavarese

La fotografia naturalistica è sicuramente il ramo più tecnico, specialistico e competitivo di tutto l'universo fotografico. I grandi reportage e i più prestigiosi concorsi fotografici internazionali, ci hanno abituati ad immagini così belle da superare anche la fantasia di pittori visionari. I fotografi di tutto il mondo sono riusciti a cogliere gli animali in pose ed atteggiamenti così perfetti che obiettivamente cercare di tenere il passo è impossibile. Solo dedicando la vita alla fotografia naturalistica è possibile fare qualche buono scatto. Per le foto eccezionali, purtroppo, non è sufficiente nemmeno il trascorrere degli anni.

Ciò nonostante la caccia fotografica mi piace molto, ma in tutta onestà, dopo aver trascorsto molto tempo a ritrarre i pennuti acquatici delle ridenti località in cui vivo, ho deciso che un po' di "pesca facilitata" non mi avrebbe fatto male. Così, percorsi più di 840 km, mi son ritrovato in uno dei più bei parchi dell'Europa: il Nationalpark Bayerischer Wald.

Sono convinto che il progettista di questo parco fosse un fotografo, perché tutto è fatto in modo tale da facilitare la caccia fotografica e soprattutto gli animali sono così ben tenuti da sembrare selvatici.

Un luogo fantastico che consiglio di visitare a tutti.

Viaggio in Islanda

Sono sempre stato convinto, e continuo ad esserlo, che per fare una bella fotografia non serva andare lontano, basta guardarsi intorno. Sono però anche convinto che quando si è sicuri di un’affermazione, si debba subito metterla in discussione. 

Nell'agosto del 2011, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di fare un viaggio fotografico. Destinazione: Islanda. 

Mentre volavo verso Reykjavik osservavo le spesse nuvole che coprivano il nord Europa, e nel mio cuore immaginavo un’Islanda magica, serafica ma anche aspra e orgogliosa. Una terra ai confini del Mondo, in cui vivere non era solo una scelta, ma anche una sfida.

È questa l’Islanda che ho cercato lungo i 3.000 km che ho percorso lungo strade zigzaganti quasi sempre sterrate, tra lande desertiche, prati senza fine, montagne, vulcani, fiordi e guadi.